The Traveler, Giorno 14 (Parte 1)

The-Traveler

Se non hai letto The Traveler, Giorno 13, ti invito a farlo prima di proseguire con la lettura.


Giorno 14.
Colline Ventose. Mulino di famiglia, Regno di Belor.

Ormai io e te siamo diventati inseparabili, Argo. O meglio: sono io che faccio di tutto per non separarmi da te. In fondo perché dovrei farlo? Sarebbe uno spreco per entrambi e tu ti saresti perso il magnifico cielo stellato che brilla in questo momento davanti ai miei occhi.

Così tante stelle, Argo, dovresti vederle. Brillano come piccole lucciole bianche sul nero di un bosco serale.

Le guardo e inevitabilmente rifletto. Mi chiedo cosa pensino di noi. Rideranno per le insignificanti vite che conduciamo? Nel vederci tanto indaffarati nel rincorrere qualcosa che, prima o tardi, sparirà come fumo nell’oblio? Dopotutto siamo destinati alla cenere. Se fortunati, con un albero che cresce sopra le nostre teste, altrimenti dimenticati in qualche angolo di mondo, ma in qualsiasi caso, i nostri sogni, i nostri dolori, le nostre gioie si dissolveranno nel nulla come se non fossero mai esistite e noi saremo solo un ricordo temporaneo nelle memorie di chi ci ha amato.

Sorrido, come credo sorridano le stelle nel guardarci. Così tanta fatica, Argo, e per cosa? Se ci penso, però, non riesco a trovare un altro significato a questa vita. Siamo stati creati mortali. Nasciamo con la consapevolezza che un giorno torneremo a essere ciò che eravamo. Tuttavia, amico mio, ti pongo una domanda: non è forse tale certezza, l’idea che prima o poi tutto finirà, a spingere gli uomini a dare il meglio?

La spasmodica ricerca di qualcosa da lasciare ci alimenta, Argo, e la speranza che rimarrà un’eco flebile del nostro passaggio a dire: io ci sono stato, ci ammalia.

Tutti aspiriamo a questo. Con visioni differenti, certo, ma tutti con la stessa intensità. Alcuni, sotto lo scherno delle stelle, si affaccendano per lasciare un retaggio ai loro figli e nipoti, altri, invece, costruiscono imperi, erigono monumenti o glorificano il nome della loro famiglia. Io, te e tutti noi siamo il prodotto di quell’aspirazione che ogni uomo ha. Della speranza di non essere dimenticati su questa terra in cui, in fin dei conti, siamo tutti insignificanti.

Mentirei se dicessi che non sono spinto da tale impeto. Il mio grande sogno, il sogno che rincorro fin da bambino, amico mio, secondo te da cosa nasce? Non voglio dire che l’amore per l’esplorazione, l’eccitazione di scoprire posti mai visti e di camminare in luoghi inesplorati siano menzogne, tuttavia, l’idea di lasciare un segno è ciò che muove tutti noi. Proprio come Maith è spinto ad accettare un sistema che odia per lasciare un retaggio, io credo di non aver mai abbracciato il mio destino di nascita proprio perché sarei stato uno dei tanti, il discendente di una famiglia già gloriosa che mai nessuno avrebbe ricordato.

Guardo l’infinità di stelle nel cielo scuro e mi domando, Argo: rideranno di noi? In fin dei conti lo capisco. Dalla loro prospettiva di vita infinita dobbiamo sembrare degli sciocchi che si aggrappano con tutte le forze a una speranza senza la quale la vita non avrebbe significato. Eppure, caro Argo, io credo che sia proprio questa la forza di noi uomini. La capacità di trovare sempre un modo, di creare strade dove strade non ci sono. Allora, meglio sprecare l’unica possibilità che gli dèi ci hanno concesso, oppure viverla al massimo delle nostre possibilità senza preoccuparci di ciò che sarà e della fine che ci attenderà?

Io una risposta me la sono data. L’ho fatto da tempo, anche se, in questi giorni, ho un po’ vacillato.

Visioni, ho detto prima e la mia visione è ben chiara. Un disegno ambizioso affinché la flebile eco del mio passaggio diventi un vento impetuoso e un grido prorompente.

Garrick mi ha fatto riflettere. Forse sarò troppo ambizioso, per alcuni il più grande tra i menefreghisti, tuttavia, per quanto la dipartita di mio padre mi addolori, l’idea concreta di abbandonare il mio sogno mi annichilisce completamente. Io esisto, Argo, in quanto individuo spinto da tale sogno. Senza esso, non sarei nessuno, un guscio vuoto che rotola lungo una vita priva di significato.

Oggi ho avuto modo di riflettere, amico mio. Mi sono rifugiato qui, sui colli, sotto il mulino di nostra proprietà. Ho trascorso la giornata immerso nel vento di queste terre, sdraiato nel verde delle colline, riflesso nel cielo terso di un azzurro innocente. Non mi lasciavo avvolgere da una tale pace, in questa realtà quasi onirica, da prima che lasciassi la tenuta per trasferirmi in città.

Troppo spesso dimentico quanto le origini siano importanti per un uomo e quanto sia rigenerante, a volte, ritornare a casa, nei luoghi della nostra infanzia, dove siamo stati felici e dove, anche dopo anni, pur se per un attimo fugace, tale felicità può raggiungerci ancora.

Oggi quella felicità mi è esplosa davanti agli occhi. L’ho sentita sussurrare nella brezza, l’ho vista luccicare tra l’erba delle verdi colline, ululare dalle pale dei numerosi mulini che puntellano la zona come alberi tozzi e mi ha ricordato cosa ha fatto nascere in me la voglia di vedere nuovi posti.

Stavo scrutando l’orizzonte, lì dove le onde dei colli incontrano l’azzurro del cielo, quando una voce mi ha richiamato dai pensieri.

«Immaginavo di trovarvi qui, fratello.»

Ho ruotato il capo. «Oh, Agatha, sedete» ho detto e mentre battevo una mano sull’erba al mio fianco ho rivolto gli occhi di nuovo all’orizzonte.

Non ho avuto bisogno di voltarmi per conoscere la risposta al mio invito, perché ho sentito la guancia di lei poggiarsi alla mia spalla e le sue mani intrecciarsi al mio braccio.

«Cosa guardate?» mi ha chiesto.

Ho lasciato che il silenzio cadesse su di noi e il vento accarezzasse i nostri corpi avvinghiati e ho risposto: «La causa di tutte le mie pene.».

«Le colline ventose?» mi ha domandato dubbiosa, staccando per un attimo la testa dalla spalla.

Ho incrociato il suo sguardo. «Ricordi quando da bambini nostro padre non ci permetteva di venire qui al tramonto?»

«Ricordo la vostra audacia nel sfidarlo, in realtà!» Ha ridacchiato.

Le ho rivolto un mezzo sorriso, mentre il sole rosso mi esplodeva nelle iridi.

«Avete sempre sofferto la reclusione forzata impostaci da nostro padre, non è vero?»

Ho sospirato. «Ciò che ho sofferto, mia dolce Agatha, fu la rigidità di nostro padre. Eravamo ragazzini. Volevo soltanto evadere da quella casa, ma immagino lui fosse troppo preoccupato che mi distraessi dalla formazione.» Ho puntellato le mani sull’erba dietro di me. «In fin dei conti mi ha sempre considerato un fallimento.»

«È davvero ciò che pensate, fratello?»

Non mi è sfuggita la nota di preoccupazione nella sua voce, Argo, né lo sguardo acquamarina che mi fissava con serietà. In fin dei conti, amico mio, a nessuna persona verrebbe facile rinunciare a ciò in cui ha creduto per una vita. Tuttavia, mi sono grattato i ricci castani con foga e contrariato le ho risposto: «No, no, non più almeno.»

Ho alzato la testa verso il cielo cremisi e mi sono perso tra le sfumature di viola e le nuvole in fiamme.


Artista copertina: rangarogancaro

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