The Traveler, Giorno 13

The-Traveler

Se non hai letto The Traveler, Giorno 12, ti invito a farlo prima di proseguire con la lettura.


Giorno 13.
Colline Ventose. Tenuta di famiglia, Regno di Belor.

Secondo l’Arhvitismo, quando un uomo muore ha la possibilità di fiorire nel luogo in cui gli dèi dimorano. Viene chiamato Virmor. Il giardino in cui tutto ha avuto inizio. In cui Arhvit, creatrice di ogni cosa e albero della vita, ha piantato le sue radici. È il luogo a cui tutti i mortali aspirano, il posto in cui banchettare con gli dèi diventa una consuetudine e l’eternità una liberazione. Tuttavia, per accedervi, devono essere soddisfatte due condizioni: il corpo del defunto dev’essere sepolto e dei semi di ciliegio devono essere piantati sopra la tomba.

Si chiama Fioritura, Argo. Ed è esattamente quello che questa mattina abbiamo concesso a mio padre. Lo abbiamo seppellito nel cimitero di famiglia, non lontano dalla tenuta. Non mettevo piede in quel luogo da quando, all’età di sei anni, ci ha lasciati mio nonno.

Non ho molti ricordi di quella fioritura, eppure, a distanza di anni, mi sembra ancora di sentire il profumo inebriante di quel giorno; dei fiori di ciliegio che mi danzavano intorno in un turbine di petali. Ricordo, amico mio, che all’epoca, mentre assistevo al tripudio della natura, immaginavo le chiome dei ciliegi come nuvole soffici e rosa e io come un viaggiatore in un cielo da sogno.

Devo confessarti, Argo, che se oggi avessi potuto, sarei tornato volentieri a quando ero solo un bambino. Sono sicuro che il corteo funebre, le lacrime di mia madre e di mia sorella e l’immagine del corpo di mio padre sepolto sotto strati di terra umida e definitiva, sarebbero stati resi più sopportabili dall’innocente fantasia della fanciullezza.

Magari sarei riuscito a sfuggire da questa dolorosa realtà che mi perseguita da giorni, perdendomi tra le chiome di rigogliose foglie verdi e il profumo dolce delle ciliegie mature. Magari avrei viaggiato lontano, in compagnia delle anime dei miei antenati racchiuse negli alberi. Di sicuro, amico mio, avrei dato qualsiasi cosa per aver indietro, anche solo per un momento, l’innocenza e l’immaginazione che gli anni mi hanno portato via.

Quando questa mattina anche l’ultimo seme della Fioritura è stato piantato, ho alzato la testa al cielo, sul tetto di foglie e rami del cimitero, e mi sono domandato se il peso che sento nel petto è dato dalla perdita o dal senso di colpa. Mi sono tormentato così tanto, Argo, così tanto senza trovare una risposta che quando ho abbassato il capo, intorno a me, c’era solo il silenzio di tronchi in attesa. Mi è parso mi stessero osservando, quasi come se le anime dei miei antenati lì dentro racchiuse stessero giudicando il loro ingrato e fallimentare discendente.

Credo sia stato in quel momento, Argo, che ho avuto la mia risposta e prima ancora che potessi realizzarlo, ero piegato sulle ginocchia e avevo una mano poggiata sul terriccio umido della tomba di mio padre

«Mi dispiace» ho detto. «Mi dispiace.»

Ero ancora piegato sulle ginocchia, il palmo a contatto con la terra, quando ho udito una voce familiare risuonarmi alle spalle.

«I nostri padri sono sempre stati tipi difficili.»

Prima ancora di voltarmi, nella mente mi si era già disegnata l’immagine del giovane moro e dall’aspetto conosciuto che aveva preso le mie difese qualche giorno prima all’Ebbrezza del Viaggio. Con calma mi sono sollevato e l’ho osservato in silenzio, cercando un perché a quella sensazione di familiarità che sin dalla prima volta avevo provato guardandolo. Ma più lo scrutavo, tra gli alberi di quel luogo di riposo, più sentivo che c’era qualcosa che mi stava sfuggendo. Un tassello senza il quale non avrei compreso.

Il mio silenzio dev’essere stato più eloquente di qualsiasi parola, Argo, perché lui mi ha sorriso, sotto quei lineamenti spigolosi, e mi ha detto: «Quindi non ti ricordi di me, cugino?»

È stato come un lampo nel cielo Estivo, una brezza a scacciare la foschia e finalmente avevo un nome per quel giovane dai capelli mori e gli occhi vispi.

«Garrick?»

Lui ha allargato le braccia e si è indicato. «In persona» ha riso. «Devo ammettere che già alla taverna avevo avuto il sospetto che non mi avessi riconosciuto, ma non credevo ti saresti dimenticato sul serio di tuo cugino maggiore.»

«Come avrei potuto altrimenti? L’ultima volta che ci siamo visti avrò avuto sei anni, senza contare che nessuno ha tue notizie da quando hai deciso di rinunciare all’eredità di famiglia.»

«Una cosa che condividiamo, questa, a quanto pare» ha detto, mentre con pochi passi annullava la distanza che ci separava. «Chi l’avrebbe mai detto che il mio piccolo e introverso cuginetto un giorno sarebbe divenuto: il Viaggiatore?» Mi ha stretto le spalle con entrambe le mani.

Ho ridacchiato. «Un nome che ha l’aspetto della burla. L’unico viaggio che ho fatto nella mia vita è stato dalla Tenuta a Muthen e viceversa.»

A quel punto pensavo avrei visto un sorriso affiorare sul volto di mio cugino, magari accompagnato da qualche frase di circostanza, invece Garrick mi ha fissato per qualche attimo e poi mi è passato di fianco. Si è fermato davanti alla tomba di mio padre ed è rimasto in silenzio a guardare il punto in cui la forma della mia mano era impressa nella terra.

«Non sottovalutare mai il potere di un nome, cugino.» Ha alzato gli occhi su di me. «Presa in giro o meno, tu ora sei qualcuno nel nostro ambiente, sei uscito dall’ombra e hai un nome che risuona tra la gente, un nome che fa di te, per lo meno, una persona per la quale vale la pena interessarsi.»

Davanti a quelle parole, caro Argo, sono rimasto in silenzio per qualche attimo e ho lasciato che mi risuonassero nella testa. A essere onesto, sin da subito ho colto una certa forza in ciò che aveva detto e anche se in seguito il soprannome che per scherzo Eileen mi ha affibbiato ha iniziato a risuonare più dolce alle mie orecchie, in quel momento era la più insopportabile delle cacofonie.

«Interessante o meno, ormai non è più importante» ho risposto.

«Quindi stanno così le cose, cugino?» Mi ha rivolto un mezzo sorriso. «Sono venuto qui proprio per capire. Ero curioso di scoprire come avresti reagito dopo il tuo lutto. Se saresti riuscito a sopportare il peso delle tue convinzioni e delle decisioni che ti hanno portato qui oggi, a questo momento, nel cimitero di famiglia, davanti alla tomba di tuo padre. Eileen era sicura che saresti tornato. Diceva che il tuo sogno era troppo grande e troppo radicato…»

«Frena, frena. Hai detto, Eileen?»

Lui ha annuito. «Il giorno dopo l’incontro sono venuto a cercarti alla locanda. Appreso quanto successo dal signor Osvald mi sono ritirato, ed è stato mentre uscivo che l’ho incontrata. Anche lei era lì per te. Quando ha saputo del lutto voleva correre qui, ma alla fine l’ho convinta a lasciarti un po’ di spazio.»

«Tu però sei venuto» ho sorriso.

«Ho un pessimo carattere, lo ammetto.» È scoppiato a ridere. «Ma come dicevo: ero curioso di capire se la tua donna avesse ragione o meno. Ammetto di essere un po’ deluso dall’esito di questa visita. A ogni modo, cugino, se vuoi bene a quella ragazza almeno dille che si sbagliava. Non credi meriti quantomeno di essere informata? Per gli altri ci penso io, ma lei è compito tuo.»

«Altri?»

Garrick ha sorriso. «Te l’ho detto, non sottovalutare il potere di un nome.»

È stato in quel momento, Argo, che tutto mi è divenuto chiaro. E per la prima volta, dopo giorni in cui sentivo di precipitare senza sosta negli abbassi dell’agonia e dei sensi di colpa, ho percepito quella fiammella che prima del lutto ardeva e riscaldava la mia anima. Quella fiammella che il sogno di un bambino ha acceso e le azioni di un ragazzo hanno alimentato. Mi sono strofinato il viso con le mani, per nascondere l’emozioni contrastanti che mi divoravano. Ho ridacchiato. «Ecco perché sei qui.» Mi sono portato le dita tra i capelli. «Niente Eileen né curiosità. Volevi farmi sapere che qualcuno mi ha ascoltato.»

«Dopotutto sei mio cugino» ha detto con una nota di fierezza nella voce. Si è sfiorato la punta del naso con l’indice.

«Perché?» gli ho chiesto. «Perché stai facendo tutto questo?»

Ha tirato su col naso. «Un attimo fa hai guadagnato un punto intuendo le mie intenzioni, ma con questa domanda, lo hai già perso. A ogni modo, cugino, non è vero che Eileen non c’entra con la mia visita.»

L’ho guardato interrogativo.

«Ho un messaggio da parte sua. Se non sbaglio era: “Ti stiamo aspettando, Viaggiatore”.»

Mi ha rivolto un cenno di saluto con le dita e mentre osservavo mio cugino allontanarsi, un sorriso fioriva sulle mie labbra.

Credo proprio che la prossima volta dovrò ringraziarlo, tu non credi, amico mio?


Ho pubblicato anche il nuoco capitolo. Cosa aspetti? Corri a leggere The Traveler, Giorno 14 (Parte 1).

Artista copertina: rangarogancaro

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