The Traveler, Giorno 12

The-Traveler

Se non hai letto The Traveler, Giorno 11, ti invito a farlo prima di proseguire con la lettura.


Giorno 12.
Colline Ventose. Tenuta di famiglia, Regno di Belor.

Caro Argo,

ho sempre creduto che gli déi ce l’avessero con me. Che l’essere nato in questa famiglia fosse una punizione per qualcosa che non mi era dato sapere. Ho sempre creduto, amico mio, che la mia vita fosse una prigione, di quelle strette, soffocanti, in cui puoi alienarti o morire. Per anni ho vissuto con un fardello sulle spalle. Con il peso del nome della mia famiglia a schiacciarmi l’anima. Io, che fin da piccolo ho avuto la strada segnata in un’unica direzione; io, primogenito ereditario di una tra le più nobili famiglie di Muthen; io, privato della possibilità di scegliere e di domandarmi: cosa voglio diventare, ho sempre odiato, con tutte le mie forze, il posto che il destino ha scelto di darmi come casa.

Sai quante volte ho sognato di nascere altrove? Lasciarmi alle spalle obblighi e doveri di un nome pesante, per crescere con la spensieratezza di un senza cognome? Sai, Argo, quante volte ho accolto la rabbia dentro di me per il solo sguardo di disprezzo che mio padre era solito riservarmi? Sai cosa significa crescere con la convinzione di essere una delusione per l’uomo che dovrebbe amarti incondizionatamente?

L’ho odiato per anni. Ho odiato il modo in cui posava gli occhi su di me. Il modo in cui mi si rivolgeva. Ho odiato tutto di lui: ogni sua parola, ogni suo respiro, ogni sua silenziosa presenza. Era come un’ombra che incombeva su di me, opprimente, ineludibile. Eppure, amico mio, eppure non credevo potesse fare così male. Proprio qui, al centro del petto, dritto nel cuore. Lo sento gridare disperato mentre la mia anima confusa erra in un mare di lacrime invisibili, su fiumi di dolore.

Caro Argo, non immaginavo che questo ritorno a casa avrebbe potuto essere tanto devastante. Non immaginavo che sarei giunto forte delle mie convinzioni, per poi andarmene distrutto, devastato nello scoprire che tutto ciò che ho sempre creduto, con molta probabilità, è errato. Ma soprattutto, non immaginavo che la perdita di un padre odiato, avrebbe potuto trasformarsi nel rimpianto di un figlio ingrato.

Mi viene da domandarmi, amico mio, come mai noi esseri umani siamo così complicati. Mi chiedo perché siamo così contorti, enigmatici, incoerenti. Mi chiedo perché molto spesso fuggiamo dalle parole, evitiamo il confronto e di dar voce a quello che realmente sentiamo. Eppure, caro Argo, abbiamo tra le mani un’arma così potete. Un’arma che nessun’altro essere vivente possiede: il linguaggio. Ma a cosa serve, se poi facciamo più difficoltà a comprenderci l’un l’altro rispetto a gli animali? A cosa serve se non sappiamo comunicare? Se ci facciamo sopraffare dai sentimenti e ci perdiamo nelle intenzioni non comprese, nei gesti non colti e negli sguardi sfuggiti?

Abbiamo la capacità di dar voce a tutto ciò che ci passa per la mente, a tutto quello che proviamo sulla pelle e sentiamo nel cuore, tuttavia, è proprio questa nostra grandezza, questa nostra intelligenza che, paradossalmente, ci impedisce di essere cristallini.

Pertanto, Argo, lo chiedo a te: perché siamo così contorti? Se solo fossimo più sinceri con noi stessi, se solo dessimo voce a ciò che sentiamo quando lo sentiamo, adesso non sarei seduto sul bordo di un letto, nella penombra della mia vecchia stanza, con parole mai dette tra le mani.

Mi viene da pensare che è così che la vita impartisce a tutti noi i suoi insegnamenti. Se non siamo capaci di comprendere le cose da soli, allora lei si intromette con la forza. Lo fa senza mezze misure, senza possibilità di tornare indietro, ma quando finalmente capiamo, è per noi già troppo tardi. E alla fine cosa ci rimane, Argo? Solo un mucchio di rimpianti.

Avrei voluto sentirmele dire da lui queste parole che solo in punto di morte è riuscito a scrivermi. Era un uomo orgoglioso, mio padre, amico mio. Tuttavia non posso evitare di domandarmi come sarebbe andata se io non fossi stato altrettanto orgoglioso. Non posso evitare di sentirmi in colpa per non averlo capito davvero. Eppure, Argo, non è forse il compito di un padre far comprendere al figlio ciò che gli sfugge?

Sarebbe bastato così poco, amico mio. Così poco e sarei stato al suo fianco e lo avrei tenuto per mano quando ha espirato il suo ultimo respiro su questa terra per germogliare come un fiore bellissimo e regale nel giardino degli dèi.

Invece sono arrivato tardi, Argo. Mia madre mi ha riferito che in punto di morte ha chiesto più volte di me, del suo «unico figlio maschio», ma io non c’ero. Spinto lontano dall’incapacità umana di dar voce a ciò che realmente prova, gonfio di un rancore frutto di incomprensioni e limiti.

Per quanto l’ho odiato, ho sempre sognato il giorno in cui il mio vecchio mi avrebbe accettato per ciò che sono. Avrei soltanto voluto sentirmi dire «sono orgoglioso di te». Non pretendevo che appoggiasse la strada che ho deciso di intraprendere, mi sarebbe bastato sapere che per me ci sarebbe stato, al di là di tutto. E ora che questo mio sogno risiede scritto qui tra le mie mani, invece che essere felice, sento le lacrime riempirmi gli occhi e il dolore scavare nel petto vuoti insanabili.

Ma ora, Argo, dimmi: cosa dovrei fare? Mio padre non c’è più e con lui il sogno di solcare il deserto, il sogno che finalmente aveva accettato.

Avrei volute così tanto sentirle dire da lui, queste parole tanto agognate, amico mio. Bastava così poco, così poco e tutto avrebbe potuto essere diverso.


Ho pubblicato anche il capitolo successivo. Se sei curioso e vuoi leggerlo, allora non rimandare. The Traveler, Giorno 13 ti aspetta!

Artista copertina: rangarogancaro

Lascia un commento